GJazz Records Reviews

CD Review: Altri Suoni

George Gee Big Band
Settin' The Pace
(GJazz)

Review by Franz Falanga

Ogni recensione di CD, secondo una mia convinzione che si va sempre più radicando, andrebbe fatta quanto meno da due recensori, e, altra condizione necessaria, tutti e due dovrebbero appartenere a mentalità/meccanismi mentali profondamente diversi. Per essere più precisi, penso che le differenze dovrebbero avere molte altre connotazioni a seconda dell musica presa in esame. Penso questo non certamente per dare un surplus di rigore (non chiamiamola scientificità) alla recensione, ma per una ragione (o ragioni) più articolate. Ho ascoltato il CD della George Gee Big Band intitolato Settin’ the pace e, come si evince facilmente dal titolo e dalla copertina tipica di un’epoca, si tratta di una big band che ripropone all’oggi, siamo alla fine del 2004, un tipo di musica jazz che si potrebbe facilmente far risalire agli anni cinquanta, sia dal punto di vista dei brani proposti, che dagli arrangiamenti e dei linguaggi dei vari musicisti. Chi sta scrivendo queste note è nato jazzisticamente negli anni sopracitati e quindi ha (o dovrebbe avere) davanti a sé due strade. Quella della nostalgia, oppure quella dell’analisi di un linguaggio che ormai appartiene alla tradizione jazzistica e che all’oggi dunque non ha esattamente le connotazioni del nuovo, anzi. Chi ha ascoltato e continua ad ascoltare le big band del Duca o quelle di Jimmie Lunceford, molto difficilmente passa ad altri linguaggi se ancorato ad un certo jazz; ma, e allora, come si pone di fronte ad un’operazione che potrebbe apparire di mero recupero se non addirittura di riproposizione di collaudati e noti meccanismi musicali?
A questo punto si sentirebbe il bisogno di leggere una recensione di questo CD fatta da un altro recensore, che sia nato in altri contesti e in altri meccanismi culturali. Come leggerebbe questo CD il mio amico R. che ha una cultura jazzistica diversa dalla mia e che, soprattutto ha trent’anni meno di me? Mi fermo qui, mi basta aver scagliato il sasso nello stagno e sono qui che aspetto. Non senza aver però comunque parlato del CD che ha messo in movimento queste mie personalissime annotazioni e questa mia curiosità di capire come verrebbe descritta, all’oggi, una “big band” di stampo ellingtoniano come quella della quale stiamo parlando. La Big Band di George Gee ha, come detto, origini temporali perfettamente datate, ciò detto però, è una band che suona ad alti livelli e che ha il grande pregio di essere diretta da George Gee che, nella primavera del 2004, ha avuto la fortuna di riunire sotto la sua guida un gruppo di jazzisti di prim’ordine che sono stati diretti da lui in modo estremamente professionale e piacevole. Riproporre dopo cinquant’anni un linguaggio jazz che è ormai collaudato e classificato alla perfezione è stata un’operazione che, a parere di chi scrive, andava comunque fatta, nel senso che il riproporre alle giovani generazioni il sound e le dinamiche di una musica straordinaria che gli addetti ai lavori conoscono alla perfezione, è comunque un fatto meritorio.

In questo CD non c’è una sbavatura, non esiste una nota sopra le righe, l’eleganza dell’esecuzione è assolutamente magistrale e tutti i musicisti hanno ottimo spazio per poter raccontare la loro concezione della musica. Dovrei citarli tutti, mi limito a citarne due che mi sono entrati direttamente nel cuore, sto parlando di Howard Johnson al sax baritono e di Joe Cohn alla chitarra, che mi hanno intrigato per la loro fluidità espositiva e per il loro swing. Una piccola nota tenuta per due quarti di battuta da Joe Cohn nel brano “Ready Now That You Are GG” vale tutto il CD. CD che, a parte le mie elocubrazioni sul rigore delle analisi musicali, merita di essere ascoltato con molta attenzione, non foss’altro che per la sua estrema eleganza. Eleganza alla quale hanno notevolmente contribuito gli ottimi arrangiamenti di Frank Foster. La voce di Carla Cook è absolutely soft e adatta a questa bella Big Band che, peraltro, la circonda di musica con molta discrezione. Merita una citazione a parte un divertente sconfinamento nel campo delle musiche sudamericane di buona memoria il brano “Mambo Inn” di Mario Bauza, con un finalino molto ben arrangiato e soprattutto “sentito” dai musicisti con molto loro divertimento.






 

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